| GIANFRANCO GULLOTTO
Intervista di Gaetano Ferrara
Con quasi trent'anni (28) di insegnamento
sulle spalle Gianfranco Gullotto è l'insegnante di
basso elettrico storico di Roma, jazzista, turnista, attuale
docente, coordinatore e vice direttore didattico della Saint
Louis College of Music, è stato il maestro di una lunga
schiera di professionisti, tra i quali, per citare solo un
nome, Saturnino.
Intervistare Gianfranco è stata per me un'esperienza
particolare, infatti negli anni '80 è stato anche il
mio maestro di basso elettrico e con lui ho appreso le basi
fondamentali dello strumento e della didattica, ne è
scaturita una lunga conversazione ricca di ricordi e di riflessioni
tecniche ed artistiche sul nostro strumento, sulla musica,
sulla professione musicale e i suoi protagonisti.
D. Quale è stata la molla che ti a
fatto diventare un musicista?
R. Non c'è stata una molla in particolare,
sembrava una cosa già scritta, ricordo che feci il
tema di italiano dell'esame di terza media in cui cominciai
a parlare di un personaggio storico dei Rolling Stones (Brian
Jones), che non erano nemmeno il mio gruppo preferito, dicendo
che da grande avrei voluto fare il musicista e non mi ricordo
per quale motivo poi prendevo ad esempio questo Brian Jones,
che poi tra l'altro era pure morto...
Ecco un altro episodio: ero piccolissimo e riuscii a intrufolarmi
al Teatro Adriano durante il concerto dei Beatles a Roma (27
giugno 1965), la cosa incredibile era che c'era la buonanima
di mio padre che comandava il servizio d'ordine e io stavo
lì di straforo senza che lui lo sapesse. In famiglia
già c'era una lotta intestina, avevo mio zio e mia
madre che erano dei cultori della lirica e io non sopportavo
quel modo forzato di usare la voce. A me, da piccolo, piaceva
fare casino con i fustini del detersivo utilizzati come batteria,
ero attratto da tutto quello che poteva essere rumore, ma
i miei si guardarono bene, quando ne espressi il desiderio,
dal comprarmi una batteria: mi regalarono una chitarra!
Questa chitarra aveva un problema, si rompeva in continuazione
il MI cantino! C'era probabilmente qualche difetto del ponte,
non facevo altro che andare a spendere soldi per comprare
questo MI cantino, il negozietto vicino a casa mia aveva fatto
ormai l'insegna d'oro..., si vede proprio che la chitarra
non faceva per me.
D. E il primo basso?
R. Tutti i miei amici con cui strimpellavo
mi dicevano: " Però a questo
punto devi suonare il basso", io rispondevo: "Sia
mai! Piuttosto suono la chitarra ritmica!", perchè
il bassista era considerato l'ultima ruota del carro (all'epoca,
fine anni '60 si parlava di "chitarra basso"). Ma
quando poi cominciai a rompere pure il SI, la seconda corda
della chitarra, decisi di suonare il basso sulle quattro corde
rimaste di questa chitarraccia elettrica, che era poi una
Eko, la famosa X27, attufavo tutto e praticamente ho cominciato
così! Ma il primo basso lo comprai nel 1972, cercavo
senza successo un fender jazz usato, avevo le mie brave centomila
lire, che in quel periodo non erano poche, entrai dal buon
Bandiera (storico negozio romano di strumenti musicali) e
vidi questo basso, un Precision originale del '69 usato, ma
immacolato, e senza tasti, pensai: "Oddio! Che gli hanno
fatto a questo strumento!" non avevo infatti mai visto
un basso elettrico senza tasti. Al dunque mi convisi e l'acquistai.
D. Quali sono state le prime cose che hai
suonato?
R. Il bassista di riferimento in quegli anni
era Stanley Clarke, ma ho cominciato suonando le cose di Hendrix
e dei Black Sabbath, ma in realtà facevo un po' di
tutto.
D. Il tuo primo impatto con Pastorius?
R. E' stato micidiale, quando ho sentito
Pastorius, nel 1976, all'inizio è stata una cosa drammatica,
lì ho capito che il mio basso fretless aveva un senso
se era suonato in quel modo, per cui sono scomparso dalla
circolazione, mi sono chiuso dentro casa a cercare di tirare
fuori quella sonorità. Mi tirai giù un sacco
di suoi pezzi e questo cambiò completamente il mio
modo di suonare, un certo tipo di fraseggio, l'approccio ad
ogni nota nella ricerca dell'intonazione, il glissato. Poi
cominciai ad esagerare, mettevo gli armonici dappertutto,
facevo un casino di note, e di quelle 1000 note 950 erano
sicuramente superflue, per non dire sbagliate. A quell'epoca
la gente si impressionava dal numero delle note che suonavi
e non dalla loro qualità.
D. Mi sembra che ancora oggi sia così!
Devo spesso combattere con i miei allievi per spiegargli che
non è il numero di note in un millisecondo la cosa
più importante, sono ben altri i valori artistici.
R. Perfetto, io lo ripeto da trent'anni!
Mi ricordo che si facevano le gare per chi era più
veloce, chitarristicamente parlando preferisco sentirmi le
due o tre note di Clapton piuttosto che la famosa scala minore
di Malmsteen.
D. Poi successivamente tu hai conosciuto
Jaco di persona, no?
R. Quando l'ho visto e me lo sono trovato
faccia a faccia nei camerini del Tenda a Strisce, per me è
stato come incontrare la Madonna, da quell'incontro nacque
un articolo
pubblicato su Fare Musica.
D. Quali sono stati i tuoi maestri?
R. (ride) Purtroppo nessuno, i miei maestri
sono stati i dischi perchè di insegnanti non c'è
n'erano, sul basso elettrico sono stato autodidatta al 100
per cento, ho studiato il contrabbasso come complemento con
Simoncini, un maestro di S.Cecilia, quando già lavoravo
professionalmente. Però posso dirti che ho avuto dei
maestri non di basso, ma di approccio alla musica come Tommaso
Vittorini, il figlio di Elio Vittorini, sassofonista e arrangiatore
coi fiocchi, che mi buttò fuori dal suo gruppo perchè
non sapevo leggere la musica, mi fece capire l'importanza
della lettura; un altro maestro importante è stato
Massimo Rocci, grandissimo fonico, se pensiamo ai mezzi che
c'erano allora, e batterista del trio di Enrico Pierannunzi,
con lui ho lavorato come turnista... (lascio
direttamente alla voce di Gianfranco il racconto di quelle
lezioni ricevute da Massimo Rocci).
D. Come hai iniziato a insegnare?
R. E' stato sempre Massimo Rocci, lo stesso
disgraziato che mi portò a fare il primo turno, gli
chiesero se conosceva qualcuno che insegnava il basso e lui
mi presentò, all'inizio vai lì e cominci a insegnare
quello che ti sei tirato giù, fino a quando non sono
cominciati a uscire un po' di libri, tieni conto che, vabbé
questo lo sai, il primo libro qui in Italia sulla didattica
del basso elettrico con un certo numero di pagine l'ha fatto
il sottoscritto, prima di quello esistevano i famosi librettini
tipo "Impara a suonare il basso in 24 ore"...
Mi ricordo che spesi un botto di soldi in libri, anche ordinandoli
dagli Stati Uniti, mi fidavo del titolo -ho preso certe di
quelle sole-, poi quando sono stato in America a suonare,
lì ho fatto incetta...
D. Questo mi richiama una domanda che ti
volevo fare a proposito dei libri: c'è stato qualche
libro di didattica musicale particolarmente importante per
te?
R. Tutti e nessuno, tanti libri che ho sottovalutato
dopo qualche anno mi sono accorto che erano fondamentali,
quelli sui quali mi ero intestardito potevano essere presi
più alla leggera...alcuni libri non erano neanche per
basso elettrico, ad esempio il Dante Agostini per il rullante,
credo di essere stato il primo a utilizzarlo per il solfeggio
ritmico sullo strumento; un'altro libro dal quale ho estrapolato
alcune cose è stato Pattern For Jazz, anche se ho sempre
cercato di non prendere quegli esercizi solo come un movimento
geometrico da trasportare, ma ho focalizzato la prima posizione,
i primi 4 tasti più le corde a vuoto, sapere che caspita
di note stavo facendo, questo credo sia fondamentale.
D. Attuale stato dell'insegnamento in Italia?
R. Troppa gente si è buttata nell'insegnamento
quando si è accorta che purtroppo non si suonava tanto,
io capisco che è difficile sopravvivere con la musica
però facciamo in modo, almeno, che il momento più
bello non sia quando l'allievo ti mette i soldi in mano...io
spero che nessuno si senta offeso da quello che dico. Insegnare
è una grossa responsabilità, ti trovi di fronte
dei ragazzi che credono in te...e comunque sei costretto a
imparare due volte: prima a suonare e poi ad insegnare.
D. Che tipo di approccio umano e didattico
hai con gli allievi?
R. Che democraticamente decido io (ride),
lo so che sembra brutto, tu mi conosci e comunque nel tempo
la cosa non è migliorata! Più lavoro e più
guadagno, ma a volte preferisco guadagnare di meno...non lascio
fare l'allievo più di tanto, deve capire che ho l'esperienza
per guidarlo nel migliore dei modi.
In un primo momento ho come gli occhi di una mosca e cerco
di capire profondamente chi mi trovo davanti, di fargli i
raggi x, ogni persona è diversa dalle altre, devi entrare
nella sua mentalità, capire quali sono le sue eventuali
difficoltà, affrontare con pazienza i problemi. Naturalmente
il rapporto umano è fondamentale: se non c'è
non è possibile trasmettere. Alla base di tutto c'è
la metodologia: lettura, impostazione delle mani, tecnica,
tante componenti che messe insieme fanno un musicista.
Io cerco di non influenzare in maniera univoca nessuno dal
punto di vista dei gusti musicali, magari a chi sente solo
rock propongo di studiare il jazz e viceversa, la musica è
a 360° ed è importante spaziare, soprattutto se
vuoi vivere di questa cosa.
D. Il tuo rapporto con il metronomo.
R. Alcuni lo ritengono indispensabile, Patitucci
fa le clinics e si porta il metronomo, un bassista come Reggie
Hamilton, che è venuto a trovarci qua da noi, parlava
della sua importanza assoluta, poi Berlin che se n'esce che
il metronomo non deve esistere..., la verità sta nel
mezzo? Per quanto riguarda lo studio secondo me è imprescindibile
dal metronomo, il problema è che non bisogna diventarne
schiavi, io personalmente continuo a dire che il tempo lo
sento nello stomaco, se c'è un click bene ma se non
c'è devi trovare il giusto interplay con gli altri
musicisti che suonano con te.
D. Puoi darci qualche consiglio sull'organizzazione
del tempo settimanale nello studio di uno strumento?.
R. Prima di tutto non è il quanto
studi ma il come studi, poi è importante essere comunque
costanti: meglio distribuire un'ora algiorno durante la settimana,
piuttosto che non far nulla per sette giorni e fare sette
ore in un giorno solo, certo è evidente che più
studi e più risultati riesci a ottenere, ma il problema
è che devi studiare con la giusta predisposizione,
se ti senti come se avessi il mitra puntato dietro alla schiena...esci,
vai a prendere un po' aria che è meglio.
D. Contrabbasso e basso elettrico: abbiamo
famosi esempi di bassisti che li suonano entrambi, che tipo
di approccio consiglieresti a chi volesse studiarli contemporaneamente?
R. Il problema e che nel momento in cui cominci
lo studio di uno strumento ti devi dedicare a quello, quando
già sono solide le basi su quello si può cominciare
anche a studiare l'altro, è megli dunque non partire
contemporaneamente con tutti e due gli strumenti, anche perché
le tecniche sono profondamente diverse, la differenza nel
diapason (lunghezza della corda) produce diverse diteggiature,
non parliamo poi della mano destra che utilizza la tecnica
dell'arco, lo studio sul contrabbasso va affrontato comunque
sia in maniera classica, perchè l'arco è quello
che ti da in maniera giusta la misura dell'intonazione e ti
forma l'orecchio nel modo migliore.
D. Pensi che il basso elettrico possa svolgere
un ruolo nella musica classica?
R. Si, se quelli che fanno musica classica
lo vogliono inserire.., lo vogliono inserire secondo te? Non
credo proprio, eppure prendi per esempio un basso fretless
con quel tipo di sonorità sarebbe una cosa stupenda.
Se mi chiamasse un compositore per fare dei temi o qualsiasi
altra cosa di musica classica ci andrei pure gratis.
D. A proposito di fretless, mi avevi parlato
di alcuni vantaggi della tastiera in resina fenolica...
R. Se tu prendi un fretless con la tastiera
in legno, anche delle marche più importanti, trovi
sempre dei punti sulla corda di SOL, a partire dal SI fino
ad arrivare al RE-RE#, che suonano con minore intensità,
ho chiesto a tanti liutai e nessuno a saputo dirmi perché!
La resina fenolica questa cosa qui non l'ha fa.
D. Wooten, Manring, Sheen, Berlin, Dickens,
ecc., negli ultimi anni è cresciuto l'utilizzo virtuosistico
e spesso quasi chitarristico del basso elettrico, che ne pensi?
R. Si in effetti c'è questa tendenza,
il problema è che quelle cose lì quando le usi?
Ogni tanto potrebbe capitare magari nell'ambito del solo,
ma fino ad un certo punto, se no suonando da soli: non è
la cosa migliore secondo me per un bassista elettrico. Vedi
si raccontano solo rosa e fiori, un bassista americano che
ho il piacere di avere come amico, mi ha detto, tanto per
fare un esempio, di Victor Wooten che ha grosse difficoltà
a lavorare negli Stati Uniti, perché pretende di fare,
nel suonare insieme agli altri, quello che fa quando sta da
solo, e non lo chiamano più. Queste cose non si conoscono,
tanti ragazzi impazziscono per lui, anche a me piace, ma quando
lo sento, dopo le prime 10 note, mi rompo un po'..., è
una questione di gusti. Pastorius aveva il 10 per cento della
tecnica di Jeff Berlin, ma possedeva il 10.000 per cento in
più di cuore, era sicuramente più sporco, ma
io lo preferisco, con tutto il rispetto di Berlin che suona
da Dio. Ai numeri da circo con lo slap ecc., preferisco sentire
un groove della Madonna di Marcus Miller, che comunque qundo
vuole fare i numeri da circo li fa li stesso, ripeto è
una questione di gusti personali. E' giusto imparare le varie
tecniche e ascoltare i bassisti più rappresentativi,
per carità, Stu Hamm fa benissimo il tapping, Michael
Manring lo fa in un altro modo, poi c'è il caso particolare
di Brian
Bromberg: lui fa tutto e gli altri fanno finta che non
esista, ha sempre fatto il verso a tutti, forse l'hanno preso
come uno sfottò e hanno cercato di escluderlo, della
serie "non esiste!", ho avuto l'occasione di conoscerlo
e di ascoltarlo e mi fece capire che era veramente in grado
di fare tutto dappertutto: dal contrabbasso ai bassi con le
corde in nylon, delle cose allucinanti, soli bebop sul contrabbasso
con una tecnica micidiale, lo posso paragonare solo a Niels
Pedersen, pulizia, intonazione, veramente strepitoso, se tu
parli con un sacco di gente non sanno neanche chi sia, però
tutti conoscono Victor Wooten, e Bromberg faceva 15 anni fa
le cose che fa Wooten oggi!
Uno
scambio di opinioni sullo slap tra me e Gianfranco.
D. Ti piace lo stick?
R. Lo stick è uno strumento bellissimo,
pensa il primo articolo che uscì in Italia che parlava
dello stick lo feci io su Fare Musica, intervistai Jim
Lampi un vero fenomeno, era stato anche un sassofonista,
mi fece innamorare di questo strumento, fu, tra l'altro, il
primo dimostratore di Chapman; qui in Italia c'è una
ragazza che lo suona: Virginia
Splendore.
Devo però dire che tanti di quelli che vedo in giro
con lo stick, e che l'hanno reso più famoso su un palco,
in realtà non lo sanno suonare.
D. Cosa pensi dello stato attuale della musica?
R. Prendiamo la musica rock di oggi: quante
grandi novità ci sono? Io preferisco sentirmi gruppi
d'epoca come i Gentle Giant, piuttosto che sentirmi gente
che ha meno idee di loro che sfrutta solamente la tecnologia
con i suoni migliori di allora. Vedere i grandi gruppi dal
vivo era veramente uno spettacolo, io ho visto artisti come
Gentle Giant, Deep purple, Frank Zappa, Weather Report, Ron
Carter, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente.
Ho visto e sentito tutto quello che potevo, riesco a trovare
delle cose buone in tutti i generi musicali e anche, però,
si può dire? Della merda in tutti i tipi di musica!
D. Professione musicista in Italia?
D. Difficilissimo, come strumentisti elettrici
non siamo in pratica nemmeno riconosciuti dallo stato. Bisogna
avere le idee chiare, sapere cosa uno vuole fare, spesso il
carattere conta più della tecnica. Quando sento un
ragazzo che mi dice che vuole mollare tutto per fare questa
professione io dico sempre di cercarsi un'alternativa, l'ho
fatto con tutti, anche con quelli che oggi sono i più
grossi nomi del basso elettrico italiano ho detto la stessa
cosa.
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