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Didattica del basso elettrico a cura del M° Gaetano Ferrara

FLANGER

Il flanger è un effetto molto simile al phaser, un caso particolare dello stesso principio, ovvero siamo sempre di fronte a rinforzi e cancellazioni di fase tra due segnali identici modulati da un LFO, questa volta però il segnale wet, invece di essere filtrato e variato di fase dai filtri All Pass, è semplicemente ritardato da un delay (ecco perché il flanger può essere accomunato ad un effetto di ritardo o comunque definito in una sottocategoria che potremmo definire di modulazione e ritardo). Quando i due segnali, (quello wet con quello dry, uno con un piccolo ritardo di pochi millesecondi rispetto all’altro) si uniscono, troviamo di nuovo un filtraggio a pettine del segnale complessivo e dunque una serie di sfasamenti che però rispetto al phaser sono molto più netti e precisi e si verificano nella serie degli armonici. I denti del pettine si trovano infatti separati a distanze regolari ed è proprio questa caratteristica che determina la particolare timbrica metallica del flanger.
Come al solito è l’oscillatore LFO a rendere dinamico e interessante questo effetto spostando ritmicamente i denti del pettine lungo lo spettro delle frequenze, il risultato dell’azione dell’oscillatore a bassa frequenza è praticamente lo stesso del vibrato: una simulazione dell’effetto doppler che produce un regolare variare dell’intonazione (il vibrato è in pratica un flanger senza la somma del suono dry con quello wet). Più grande è il ritardo, più viene accentuata l’alterazione del pitch. Le variazioni di frequenza e la regolarità delle cancellazioni danno al flanger un’ampia gamma di possibilità timbriche e lo rendono molto più d’impatto rispetto alla delicata modulazione del phaser.

SCHEMA BASILARE DEL PHASER (4 STAGE)

SCHEMA BASILARE DEL PHASER (4 STAGE)

I principali parametri del flanger sono:

  • Depth/Width/Range (profondità/larghezza/gamma), stabilisce l’ampiezza della modulazione prodotta dall’oscillatore LFO.
  • Rate/Speed (frequenza/velocità), controlla la frequenza dell’oscillazione periodica del tempo di ritardo.
  • Manual/Color/Timbre/Delay (manuale/colore/timbro) stabilisce il tempo di ritardo di base, tra 0,5 e 10 millisecondi circa, che determina a sua volta la timbrica dell’effetto.
  • Feedback/Resonance/Regen (retroazione/risonanza/rigenerazione), determina la quantità di segnale da reinviare alla linea del ritardo e, come nel phaser, intensifica l’effetto rotante sulle frequenze acute.
  • Dry/Wet Mix (miscela tra segnale originale ed effetto), determina la quantità di segnale processato dal delay (wet) da aggiungere al segnale dry.

L’effetto flanger deriva il suo nome dal termine inglese flange (in italiano flangia) che indica il supporto dove sono arrotolati i nastri magnetici (le bobine) che si usavano per registrare la musica (altre versioni traducono flange con bordo riferito al bordo della bobina), comunque facendo scorrere due bobine contemporaneamente contenenti la stessa registrazione e provocando manualmente (mettendo la mano sul bordo di una delle bobine) un leggero ritardo tra le due incisioni si sarebbe scoperto quel suono: l’effetto flanger. Secondo la leggenda pare sia stato John Lennon, durante le sperimentazioni beatlesiane, a dare il nome a quella sonorità. Il primo a utilizzare la tecnica del flanger è stato in realtà, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, Les Paul, il geniale musicista, inventore e pioniere della chitarra solid body, delle tecniche di registrazione (e del delay).
Classici esempi di sonorità flanger prodotta in studio, utilizzando due bobine di cui una veniva elettromeccanicamente rallentata, sono rappresentati dal pop americano classico fine anni Cinquanta di The Big Hurt, interpretato da Toni Fisher, e dal pop psichedelico del 1967 di Itchycoo Park, realizzato dai londinesi Small Faces.
Per venire alla luce in forma di comodi pedali (o moduli rack) portatili e uscire dal mondo del tape delay, la tecnologia del flanger, più complessa di quella del phaser, ha dovuto aspettare la seconda metà degli anni settanta, con i chips elettronici BBD prima e quelli digitali poi.
Il primo pedale flanger concepito specificatamente per chitarra fu il Tycobrahe Pedalflanger (1976) ed era basato sulla tecnologia BBD, con il feedback controllato dalla manopola intensity, attualmente è prodotto dalla Chicago Iron.
Dello stesso anno del Tycobrahe, l’Electro-Harmonix Electric Mistress, presto seguito dalla versione Deluxe (dal 1978), è stato alla base di importanti suoni di chitarra della fine degli anni Settanta dal Gilmour di The Wall al Summers di Walking On The Moon. L’Electric Mistress sembra sia responsabile anche del suono di un famoso intro/riff di chitarra del brano hard rock degli Heart Barracuda. Degli stessi anni, tra il 1977 e il 1981, così, diciamo, flangerati, si può ascoltare la struggente Lost In The Supermarket o la bellissima A Forest, passata attraverso sette modelli di flanger.

ELECTRO-HARMONIX ELECTRIC MISTRESS V2

ELECTRO-HARMONIX ELECTRIC MISTRESS V2

Rimanendo nell’ambito dei primi costosi pedali flanger l’A/DA Flanger (1977) era molto versatile e dava la possibilità di realizzare sonorità decisamente estreme.
Sempre di quel magico periodo ricordiamo un altro pedale storico il Maxon FL-301 (1979); un flanger a rack, come andava di moda allora, l’MXR Flanger/Doubler, diventato oggi anche un plug-in; ancora della MXR l’M-117R, molto amato da Eddie Van Halen.
Tra i moderni c’è come sempre una grande scelta, con la solita parzialità indichiamo il Boss F-3, l’Alexander Pedals F13 e l’Ibanez AF2 Airplane Flanger.
Data la stretta parentela tra flanger e chorus (il chorus è praticamente un flanger con tempi di ritardo più lunghi) non c’è niente di più facile che incontrare pedali che li riuniscono insieme, è il caso dell’ormai fuori produzione Markbass Chorus Flanger pedal.

MXR FLANGER/DOUBLER

MXR FLANGER/DOUBLER

MXR M-117R

MXR M-117R

Così come il phaser e in generale tutti gli effetti di derivazione Leslie, anche il flanger, pur trovando nell’applicazione chitarristica la soluzione più suggestiva, ha bagnato con le sue sonorità stranianti molti suoni di batteria e tastiera (primo strumento, nell’incarnazione organistica, ad aver contaminato il suo suono con il mondo della modulazione). Sul fronte bassistico, che poi è quello a noi più caro, abbiamo numerosi esempi dal (tardo) progressive, al rock, al dark, al progressive (metal), al (moderno) blues rock.

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